Motta docet. Il premio Tenco va a “La fine dei vent’anni”

Francesco Motta vince il premio Tenco 2016 con il nuovo singolo: La fine dei vent’anni. 

Il singolo ha spopolato su tutti i social, specie quelli musicali, e racconta del duro passaggio tra l’età “giovane” e quella adulta: le cose che si lasciano, quelle che si guadagnano e la consapevolezza che si acquista. Motta decide di mettersi a nudo, di raccontare se stesso nella speranza che altri suoi coetanei possano riconoscersi, forse rincuorarsi, e che i giovani possano d’ora in poi non lasciarsi più sfuggire nulla. Ora qui parleremo del singolo analizzando varie parti del testo, quelle ritenute dai suoi fan le più interessanti.

La fine dei vent’anni
È un po’ come essere in ritardo
Non devi sbagliare strada
Non farti del male
E trovare parcheggio

Nella prima strofa, Motta ci racconta di come la fine dei vent’anni porti un grande carico di responsabilità, sia un momento nel quale si tirano le somme delle cose fatte, dei traguardi raggiunti, e come questo processo porti a sentirsi in ritardo, come se non si fosse riusciti a sfruttare tutto il tempo necessario per realizzarsi, concludere. Dice, inoltre, che alla fine dei vent’anni non puoi più permetterti di sbagliare strada, devi sapere cosa fare, devi aver conseguito l’esperienza necessaria per fare le scelte giuste, e non farti del male. E devi pure trovare parcheggio, sì, e non prendere multe. D’ora in poi nessuno giustificherà i tuoi errori con la tua poca esperienza.

Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
Ma abbiamo sempre qualcuno da salvare
E da baciare

Nel ritornello, invece, fa riferimento al sogno di ogni ventenne di fuggire dal proprio “paesino”, partire e scoprire se stesso. Ecco insorgere il grande cliché del “ho tempo, lo farò poi”. Il “poi” arriva, il tempo passa, il momento giusto passa, e a trent’anni ci si ritrova ancora nel proprio paesino, a sperare che qualcosa di straordinario si schianti con violenza su di noi, sulla nostra vita, sulla nostra casa. Non si è partiti per l’assurda convinzione che ci fossero qualcuno da salvare (a venti anni ci sentiamo supereroi Marvel) e qualcuno da baciare, perdendo tempo dietro amori effimeri che ci convinciamo potranno essere per sempre.

Le giornate erano piene
Di storie assurde e di silenzi
Oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato

Nella seconda strofa, il giovane Motta ci racconta di come le sue giornate fossero monotone, sempre uguali, troppo silenziose per un giovane con la voglia di “spaccare il mondo”. E di come oggi, alla fine dei vent’anni, ci siano troppo rumore, troppa serietà, troppa nostalgia per pensare a cosa è cambiato . Eppure qualcosa è cambiato: ipotizziamo siano cambiati lui, il suo modo di pensare, sopratutto di vedere il mondo e le persone. E allora forse sarebbe stato meglio partire, non salvare nessuno, baciare qualcuno di diverso.

Potrei aver mal interpretato il testo, quasi sicuramente l’ho fatto, ma così è come lo interpreta un ventenne; quindi, ventenni, uniamoci, ringraziamo Motta per questa grande lezione che ci ha voluto dare, e sopratutto partiamo.

 

Sull’Autore

Virginia, 21 anni, ironica, pungente, polemica. Bologna, Pesaro, Artù, la musica, il cinema, la cucina e tutto il buon cibo che vi si correla. Forse non riuscirò mai a fare questo lavoro seriamente, prendo le cose senza alcuna leggerezza (perlopiù).

Articoli Collegati

Partecipa alla discussione

Partecipa alla discussione