Non solo album cover dei Radiohead: tutta l’arte di Stanley Donwood

“Per molto tempo la domanda “Cosa fai nella vita?” comportava una specie di tentennamento e di parlottio, prima di una risposta vaga che lasciava insoddisfatto sia me sia il mio interlocutore. Oggi posso dirlo, con quella che io spero sia tranquillità, sono un artista e uno scrittore.”

Forse il nome di Stanley Donwood (all’anagrafe Dan Rickwood) non è sconosciuto a chi di musica se ne intende, soprattutto se è un grande fan del gruppo rock inglese Radiohead: infatti, dietro a ogni spettacolare album cover dal 1994 ad oggi c’è la sopraffina mano di Donwood. Quello che, però, è sconosciuto ai più è che questo Stanley, britannico classe 1968, è uno degli artisti più eclettici e poliedrici dei nostri giorni – una vera e propria personalità artistica sbarazzina ed effervescente che, come vedrete, vale la pena analizzare un po’ più a fondo.

Dan Rickwood, in arte Stanley Donwood.

Dan Rickwood, in arte Stanley Donwood

Da copertine di album a dipinti veri e propri il passo è breve; la sua raccolta “Dead Children Playing”, ospitata anche nella Iguapop Gallery di Barcellona nel 2006 (e diventata successivamente picture book), non a caso ospita, tra le altre, quelle tele che sono poi diventate manifesto della musica dei Radiohead (come “Pacific coast”, adottata dall’album “Hail to the thief”). Dal punto di vista artistico, sono dipinti dal taglio tetro e sicuramente dall’impatto molto oscuro – lavori che ricordano molto lo stile di Francis Bacon. A soggetto artistico confuso corrisponde la confusione e lo smarrimento che attanaglia l’uomo moderno: le tinte saltano senza sfumature dal nero al rosso al bianco, e il loro stridore cromatico simboleggia la disarmonia del mondo di oggi, un inquietante parco giochi dove i bambini, ignari, giocano spensierati.

Stanley Donwood, <em>"Get out before Saturday"</em>.

Stanley Donwood, “Get out before Saturday”

Decisamente di tutt’altra impronta e stile sono i lavori dei filoni “London Views” e “Lost Angeles” (anch’essi hanno visto i riflettori nell’aprile del 2012, nella galleria Subliminal Project di L.A.): visioni apocalittiche delle due metropoli, inondate dal maremoto (“Fleet Street Apocalypse”)e inghiottite dalle fiamme dell’inferno (“Hollywood Doom”), in uno scenario che evoca in modo suggestivo e inequivocabile l’ultimo libro della Bibbia e che, con occhio impietoso e accusatore, punta i riflettori anche sui vizi e il marciume della società moderna. In un leggero ma decisamente efficace stile simil-medievale, questo gruppo di stampe linografiche costituisce uno dei lavori più celebri e apprezzati di Donwood (manco a dirlo, l’album di Thom Yorke, frontman del sopracitato gruppo musicale, riporta in copertina una “London View”).

"The eraser", album solista di Thom Yorke

“The Eraser”, album solista di Thom Yorke, che riporta in copertina una “London View” di Donwood

Passando da un’arte prettamente visiva a una più interattiva e fuori dagli schemi, come non citare il bizzarro “Red Maze”, un’installazione provvisoria posta a Herleen, cittadina olandese, dal gennaio al marzo 2006. “Red Maze” è una rappresentazione fisica del celebre filo di Arianna che permise a Teseo di attraversare l’intero labirinto – prigione del minotauro-, uccidere la bestia e uscirne senza smarrirvisi. Un filo di lana rosso che, stavolta, è fatto di metallo grezzo, pannelli di legno e porte chiuse, lungo venti metri e che conduce il visitatore in varie stanze oscure e misteriose. Questo labirinto rosso sangue è la rappresentazione fisica del disordine e della confusione della mente umana: immagini inquietanti, scritte enigmatiche, decorazioni di ogni sorta fanno sprofondare il visitatore nella confusione e nello sconforto, in un’architettura magistralmente progettata con l’unico senso di soffocare l’uomo con il disorientamento e la claustrofobia instillati dal “Red Maze”, il labirinto della psiche in cui l’individuo si smarrisce – un labirinto che, come nel mito, ospita un minotauro piangente, conscio della sua dannazione e del suo destino dal creatura immonda e ripudiata dall’Universo intero. Uno stordente viaggio, insomma, che si discosta dalla tradizionale arte accademica, accomodante e conciliante: un freddo muro color del sangue che inghiottisce il visitatore allo stesso modo in cui l’uomo è inghiottito da una società spietata e caotica come quella di oggi, nell’attesa che il suo Teseo personale venga a salvarlo da un bestiale figlio di Minosse metà umano e metà toro.

Oltre allo Stanley Donwood artista, esiste, come dicevo, il Donwood scrittore. Il suo archivio online ospita una vera e propria libreria dove l’artista/scrittore parla di qualsiasi cosa gli susciti un particolare pensiero o emozione, da una riflessione sulla figura del vampiro, a storie dalle tinte goth ambientate nei luoghi più disparati ed evocativi, a semplici impressioni e fiumi di coscienza riguardanti la sua quotidianità. Oltre al suo sito online, le parole di Donwood vengono anche ospitate nel suo Taglibro, un diario (questo è il significato letterale del termine, proveniente dall’esperanto) in formato PDF reperibile su Internet dove, anche qui, Stanley mantiene un contatto intimo e personale con il lettore, disquisendo di attualità, eventi e quant’altro, senza la paura di mettersi per certi versi a nudo davanti a uno sconosciuto via web e trattando di tutto ciò che stuzzica la sua ispirazione.

Stanley Donwood, Taglibro #39.

Stanley Donwood, Taglibro #39

Ultimo ma non ultimo, il Donwood produttore discografico. Nel 2007, infatti, il sempre-più-eclettico Stanley ha fondato la 6 Inch Records, un’etichetta discografica indipendente che ha la particolarità di aver prodotto solamente tre album e messo sul mercato solo trecentotrentatré copie di ogni relase. Gli etichettati 6 Inch Records sono “Travel Notes” di Patrick Bell, “Classist” di Mat de Mona e “The Beyond Within” di The Joy of Living. Decisamente una scelta particolare da parte di Donwood che, comunque, non si astiene dallo stupire il proprio pubblico in ogni campo lui vi si addentri.

La prima relase "6 Inch".

La prima relase “6 Inch”.

 

Il retro con le "istruzioni" dell'etichetta discografica.

Il retro con le “istruzioni” dell’etichetta discografica.

Non solo album cover dei Radiohead, quindi: Stanley Donwood è un artista vulcanico, intraprendente, dall’estro quasi inafferrabile, un uomo che non ha mai avuto paura di mettersi in gioco scommettendo su se stesso, tentando il capolavoro in ambienti sempre diversi tra loro. Vi avevo detto che ne sarebbe valsa la pena, no?

Sull’Autore

Classe '96, nato bresciano, studente di Lettere Moderne presso l'Alma Mater di Bologna. Oltre al mio blog "Parole alla Tempesta", scrivo per "Mangiatori di Cervello" e altri progetti.

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