Unione Europea e Turchia: una storia di mani tese e passi indietro

Da quando sono state gettate le basi dell’attuale Unione Europea, con l’allora Comunità economica del carbone e dell’acciaio del 1952, il progetto che ha investito l’Europa è stato quello di un’espansione tra i Paesi che la compongono.

La firma dei Trattati di Roma, 25 marzo 1957

La firma dei Trattati di Roma, 25 marzo 1957.

Dopo quasi vent’anni, infatti, vi fu il primo allargamento con l’arrivo di Regno Unito, Irlanda e Danimarca, per proseguire costantemente nei decenni successivi. Fino all’ingresso dei Paesi ex satelliti dell’URSS e Croazia.

In tutti questi anni, comunque, l’interrogativo sulle integrazioni di nuove realtà al “club europeo” non è mai venuto meno, anzi dando risposte alla stessa in chiave interna: il “no” nel 2009 di Francia e Olanda alla Costituzione europea è stato un duro colpo in questo senso.

Analizzando il tema dell’integrazione europea e le sue contraddizioni, dobbiamo confrontarci con i due tipi di etica della politica definiti dal sociologo Max Weber: l’etica della convinzione e quella della responsabilità.

La prima è un’etica assoluta, che giustifica l’azione sulla base di valori ritenuti universalmente validi dall’uomo politico e che, a sua volta, è un “esempio” che ribadisce i valori di riferimento e l’ordine morale di cui fanno parte; la seconda implica il dovere di consolidare le conseguenze prevedibili delle proprie azioni, dandone conto agli altri. Ossia si riferisce alle presumibili conseguenze delle scelte e dei comportamenti che l’individuo ed il suo gruppo di appartenenza mette in atto.

Queste due etiche (che per l’autore tedesco sarebbero complementari e non divergenti) possono quindi essere applicate al tema preso in esame, per vedere come la politica lo affronta. E uno dei capitoli più controversi relativo all’integrazione europea, dopo quello già citato sul fallimento del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, è relativo al possibile ingresso della Turchia nell’Unione europea: il dialogo tra le due risale già al 1963, quando con l’allora Comunità economica europea venne firmato il Trattato di associazione con lo Stato turco.

Stretta di mano tra il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker

Stretta di mano tra il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

Ad oggi, dopo ripetuti stop a causa delle difficoltà delle condizioni interne dello Stato anatolico (per quanto riguarda i diritti civili e l’economia, per non parlare della recente possibilità di reintroduzione della pena di morte), questo è ancora lontano dall’ingresso nell’Unione. E il dibattito pubblico si è diviso su ciò, con posizioni riassumibili, appunto, con le etiche weberiane della politica.

Secondo l’etica della responsabilità, l’ingresso della Turchia è giustificato dalla necessità di toglierla dall’isolamento internazionale: “L’esclusione della Turchia – ha scritto Khaled Fouad Allam nel 2013 – può avere effetti pesantissimi nel nuovo secolo, perché, contribuisce alla costruzione di una frontiera che non solo separerà la Turchia dall’Europa, ma rischia di separare l’Islam dall’Europa […] i cittadini europei di fede islamica percepiranno benissimo come l’Europa tenda a distinguere i musulmani dagli altri: perché, il rifiuto della Turchia parte proprio dall’idea che, se politicamente la Turchia è europea sin dal suo ingresso nella Nato, essa è sociologicamente musulmana e come tale ‘estranea’”.

Viceversa, l’etica della convinzione risponde con la diffidenza verso un Paese musulmano, ancora economicamente troppo poco sviluppato e le cui differenze culturali e giuridiche sono in (apparente) aperto contrasto con quelle europee. Messaggi poco inclini all’integrazione sono arrivati dal Premier inglese, David Cameron, secondo cui “In base all’attuale ritmo di progressi, riusciranno ad entrare nel 3.000, secondo le ultime previsioni” (Sputnik News) e da grandissima parte dell’opinione pubblica occidentale. In primis i media, soprattutto alla luce degli ultimi provvedimenti turchi contro la libertà di stampa e, a seguito del fallito golpe, verso la figura dispotica di Erdoğan, indirizzato sempre più verso una svolta politica islamica. Tutto l’opposto dell’impostazione laica di Atatürk, “padre” della Turchia moderna.

Il discorso di Papa Francesco al Parlamento Europeo (foto Lapresse)

Il discorso di Papa Francesco al Parlamento Europeo (foto Lapresse).

Il rimando continuo a tradizioni storiche, come le radici cristiane dell’Europa, appare in aperta contraddizione però con la laicità che contraddistingue gli Stati contemporanei, a partire dalla Francia, dove è vietata qualsiasi manifestazione pubblica del proprio credo. Questa però viene meno quando si entra in “contatto con l’estraneo”, come scriveva Francesco Rimoli sulla Rivista dell’AIC, che diventa “momento di trasformazione, anche – o forse soprattutto – quando tale estraneo provoca una reazione di timore, e dunque di repulsione”: è facile comprendere come la questione turca diventi simbolo del rapporto ben più ampio tra Europa e Islam.

Unire le due etiche appare complesso: se da un lato, infatti, c’è la necessità di coinvolgere anche un Paese musulmano per dare un segnale di apertura all’Oriente, sono anche veri i malumori interni di tanti europei verso una cultura che sentono estranea. Diventando a loro volta “atei devoti”, che recuperano il senso di una battaglia per l’identificazione culturale nella lotta per l’integrità religiosa: una sorta di “‘difensore della fede’ post litteram”, che tuttavia usa la stessa, in modo affatto palese, come strumento politico di aggregazione.

Usando, però, la religione come collante si giunge all’isolamento completo dell’altro, venendo meno ai principi dell’integrazione europea verso l’esterno; le forti divergenze tra queste due etiche, quindi, si discosta dalla visione weberiana secondo cui sarebbero complementari. Ergo: la “stella” di Ankara non farà parte della bandiera comunitaria, fino a quando un discorso d’integrazione più ampio non avrà la meglio sui baluardi dei difensori estremi della diversità tra “noi” e “loro”. E come ha commentato qualcuno all’indomani del tentato colpo di Stato: “Il vero golpe lo potevamo fare noi dieci anni fa, facendo entrare la Turchia in Europa”.

Sull’Autore

Nato in Friuli nel 1995, vivo e studio a Gorizia, dove seguo il corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Trieste. La passione per il giornalismo nasce al liceo, subito dopo quella per il calcio mi porta a diventare arbitro. Collaboro anche con Sconfinare e Messaggero Veneto.

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