Strage Orlando: predicatori omofobi, avete le mani insanguinate

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A Orlando (USA), nella notte tra domenica 12 e lunedì 13 giugno, un individuo ha massacrato cinquanta persone al club gay Pulse, ferendone altre cinquantatré.

Omar Mateen ha acquistato legalmente un fucile d’assalto AR15 e una pistola, ha fabbricato un ordigno esplosivo e si è recato al Pulse con l’intenzione di fare una strage di deviati. È, poi, morto dopo uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Secondo la polizia della California, il pluriomicida avrebbe chiamato il 911 per annunciare la strage, giurando fedeltà al leader del Daesh Abu Bakr al-Baghdadi.

L’estremismo religioso è la base sulla quale si è radicato il pensiero omicida di Mateen, ma l’omofobia è stata la molla. Secondo il padre, Mir Seddique, Mateen avrebbe maturato l’odio omofobico dopo aver visto due uomini baciarsi a Miami. La scelta del periodo non è casuale: nel mondo, Giugno è il mese del Pride, dell’orgoglio LGBTQI.

Per quanto vorrei essere distaccato, scevro da coinvolgimento personale, non ci riesco. Sono omosessuale, sono un attivista LGBTQI e vivo liberamente: non riesco a non pensare che un gesto come questo è figlio anche dell’omofobia dilagante. Le mani dei predicatori d’odio omofobico sono sporche di sangue. Anche quelle dei predicatori italiani.

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Adinolfi, Giovanardi, Alfano, Binetti, Salvini, Meloni, Calderoli, Bagnasco, Ruini: questi sono solo i primi nomi degli ignobili personaggi che affondano le proprie mani nei corpi esanimi a Orlando. Se chiudo gli occhi, me li vedo passare davanti e non riesco a non gridargli “è anche colpa vostra!”. La loro omofobia istituzionalizzata e sbandierata con orgoglio alimenta il clima d’odio nei confronti delle persone LGBTQI e, in qualche modo, giustifica la violenza, anche nelle forme più estreme.

La mano di Mateen è stata guidata dalla stessa forza invisibile che guidò un padre, qualche settimana fa, a massacrare di botte il fidanzato del figlio in un agguato a Cuneo. E quella forza è alimentata anche dai nostri omofobi nostrani, dai “VIP” dell’odio, dai mostri infami che basano la propria carriera politica sulla promozione della violenza.

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Sono un essere umano, la debolezza fa parte anche del mio animo: non nascondo che la voglia di rappresaglia è forte. L’istinto di rivalermi fisicamente contro chi ogni santo giorno attacca me e la mia gente – nel senso più ampio possibile – è grande. Ma non voglio cedere. Dobbiamo arginare l’odio, sovrastarlo con la nostra voglia di libertà, di uguaglianza e rispetto per il prossimo. Non possiamo farci rubare dai predicatori d’odio la nostra voglia di essere, di celebrare il mese del Pride, di connettere le realtà discriminate e sconfiggere per sempre le ingiustizie.

Eppure mi sento di dover lanciare un monito ai leader carismatici degli omofobi italiani: il movimento LGBTQI si è sempre contraddistinto per una lotta “allegra”, ha sempre contrapposto all’odio la felicità e lo testimoniano i nostri Pride. Ma una persona che viene vessata, discriminata, massacrata ogni giorno rischia di diventare rancorosa e vendicativa. Non tirate troppo la corda. Potrebbe, in un giorno molto buio, spezzarsi per sempre.

Mi si conceda un piccolo post scriptum: ai governanti italiani riservo l’ultimo pensiero. Serve una legge che punisca l’omofobia in quanto tale. Una legge vera, ben scritta ed efficace, non il solito compromesso (leggasi: DDL Scalfarotto). Non aspetteremo oltre.

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