Crimini di guerra all’italiana

Avrete sicuramente pensato a un errore, leggendo il titolo dell’articolo. Come? Gli italiani hanno commesso crimini di guerra? Quando? Ebbene sì, nonostante la maggior parte delle persone, alla frase crimini di guerra, pensi subito ai reati commessi dai generali nazisti, o magari agli ultimi in ordine cronologico, quelli della guerra nella ex-Jugoslavia negli anni novanta.

Oggi voglio parlarvi di come anche gli italiani siano stati capaci di compiere crimini di guerra. Se la vostra testa non riesce a capacitarsi di questa notizia, tranquilli è normale. Naturalmente non dovrebbe esserlo, dovrebbe essere risaputo da tutti se uno stato ha condotto azioni criminali nel corso della storia, invece in questo caso la faccenda è stata nascosta per bene, e continua ancora ad esserlo.

A permettere l’insabbiamento di questi tragici fatti storici è stata una credenza radicata nel tempo, ovvero quella che vede il soldato italiano descritto come “bravo italiano”. Questa opinione si forma per merito di due considerazioni, entrambe nate durante il secondo conflitto mondiale. Tutti e due paragoni, tra i soldati italiani e gli ustascia croati, il primo. Tra le truppe italiane e le truppe tedesche, il secondo. In entrambi i casi, la condotta del soldato italiano era lontana anni luce rispetto alla crudeltà, all’efferatezza delle azioni croate o tedesche. Tale paragone poneva le truppe italiane su una sorta di piedistallo di umanità e generosità. Come se non bastasse, anche la popolazione jugoslava occupata permise che la credenza del bravo italiano crescesse esponenzialmente. Costoro prendevano sul serio solo l’occupazione tedesca, mentre definivano quella italiana vesela okupacija, ovvero l’occupazione allegra.

La marcia verso la conquista della penisola balcanica iniziò subito dopo la fine del primo conflitto mondiale. Nella Venezia Giulia, prima ancora dell’avvento del fascismo, lo Stato italiano diede il via ad una politica di snazionalizzazione nei territori al confine. Il processo partì dalla modifica dei nomi e dei cognomi degli abitanti, successivamente fu il turno della lingua. Non si doveva più parlare lo slavo, solo l’italiano. In tutti gli uffici pubblici, nelle istituzioni, persino a scuola si incominciò ad usare la lingua italiana. Negare la parola ad una persona è il miglior modo per negargli la propria identità.

Con l’avvento del fascismo in Italia, l’ideale di violenza venne esportato immediatamente in queste zone. Venne dato il via ad una repressione violenta, si sviluppò il cosiddetto “fascismo di frontiera”, caratterizzato da una forte componente razzista. L’azione fascista consisteva nella totale distruzione dei luoghi dove risiedevano le minoranze slovene e croate. Le terre di loro proprietà vennero requisite, coloro che non accettavano le disposizioni italiane perdevano il proprio posto di lavoro. Secondo l’ideologia fascista, questo popolo dei Balcani aveva bisogno della civiltà italiana.

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Fucilazione nel villaggio di Dane, Slovenia 1942. Questa foto viene spesso utilizzata per ricordare le foibe. In realtà si tratta di ostaggi sloveni fucilati dalle truppe italiane.

L’inferno per la popolazione jugoslava si materializzò con l’occupazione del regno di Jugoslavia, il 6 Aprile del 1941. Venne invaso, perché nel frattempo le truppe italiane stavano riscontrando enormi difficoltà in Grecia.  Hitler corse in aiuto di Mussolini, per farlo però doveva passare per la penisola balcanica. L’esercito jugoslavo non era attrezzato e nel giro di pochi giorni il regno venne occupato, diviso a pezzi e ogni protagonista dell’invasione si prese una parte. I territori conquistati dalle truppe italiane, oltre ad essere occupati vennero annessi allo stato italiano.

Fu creata la nuova provincia italiana di Lubiana, l’attuale capitale slovena diventò città italiana. Il Montenegro divenne protettorato italiano, la Serbia e la Slovenia nord-est passarono al Reich. La Croazia insieme alla Bosnia diventò lo stato indipendente di Croazia, anche se indipendente non era. Al capo del quale c’era il primo ministro Ante Pavelić, volto conosciuto agli italiani, infatti egli era stato “allevato” in Italia proprio da Mussolini. Tale azione era stata studiata a tavolino, l’intento era quello di inviare un croato nella sua terra madre, per avere un aggancio dall’interno che rendesse possibile l’invasione della Jugoslavia.

Era una politica espansionistica quella progettata dal duce. Colonizzare, fascistizzare e italianizzare. Il regime fascista giustificava questa invasione come se fosse una guerra coloniale, che però non poteva essere tale perché il nemico non aveva tracce di italianità.

A dare il via ai veri e propri crimini fu la circolare 3C, emanata dal generale Mario Roatta. Le istruzioni erano chiare, l’esercito doveva rendere la repressione più efficace. Per “più efficace” si intende “internamento di intere famiglie, uso di ostaggi, distruzione di abitati e confisca di beni”.
“Non occhio per occhio e dente per dente; piuttosto una testa per ogni dente
”. Entrambe queste dichiarazioni di Roatta. I soldati italiani applicarono le direttive con molta rigorosità.  Nonostante un altro criminale di guerra, Mario Robotti, affermò: “si ammazza troppo poco.

Gli italiani vennero soprannominati i brucia case, non uccidevano come i tedeschi, ma bruciavano tutto quello che trovavano, case, interi villaggi, in modo tale che la popolazione morisse di fame. Uno degli episodi più importanti di quel periodo si verificò nel mese di Febbraio del 1942. La città di Lubiana venne reticolata e divisa in settori, reticolati a loro volta. L’intento era quello di impedire lo spostamento della popolazione e di arrestare tutti gli uomini della città. Per uomini, si intendeva i maschi dai quattordici anni in su.

Questa condotta violenta si inasprì maggiormente dopo la formazione del movimento partigiano jugoslavo, si sviluppò una guerriglia anti partigiana. Più violenta era la repressione più cresceva la resistenza, l’opposto di quello che si aspettavano gli italiani. Al fianco delle truppe italiane c’erano i cattolici croati, gli ustascia, guidati da Pavelić, il quale iniziò una campagna raziale per purificare la Croazia. I suoi uomini uccisero mezzo milione di serbi zingari ed ebrei. Anche i serbi avevano le loro frange estreme, i cetnici, i quali promisero di non radersi fino a quando non fosse stata restaurata la monarchia jugoslava. Venne dato a loro il controllo del Montenegro, firmarono un patto con Alessandro Biroli, il quale odiava i montenegrini.

Queste due foto che seguono mostrano la sequenza di una fucilazione di ostaggi montenegrini da parte dell’esercito italiano. Anche queste due immagini vengono spesso utilizzate nella giornata della memoria delle foibe.

 

Uccidete, sparate, bruciate e distruggete questa gente.” “Odiate questa gente.”
Gli obiettivi principali erano gli uomini, mentre anziani, donne e bambini venivano trasportati nei campi di concentramento. Avete letto bene, ci furono campi di concentramento italiani; non campi presenti nel territorio italiano costruiti per volere dei tedeschi. No, stiamo parlando di centri realizzati per volere dei generali italiani. Nella primavera del 1942 vennero istituiti due campi in Italia, a Treviso e a Padova. Poi fu la volta di Gonars, il quale già nell’estate di quell’anno contava quattromila persone. I campi si riempirono in fretta e il generale Roatta fu costretto ad aprirne altri. Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Arbe, Mamula e Prevlaka, nel Cattaro e a Zlarino. Disseminati tra Italia, Jugoslavia e Albania, si parla di circa duecento campi concentramento italiani.

Ad Arbe il campo di internamento venne riempito di tende, nelle quali erano obbligate a stare cinque o sei persone. Le tende non erano in grado di riparare dal freddo i deportati, dato che erano state precedentemente utilizzate per la guerra. Le persone erano costrette a dormire per terra, coperte da questa specie di telo. Capirono velocemente che in quelle tende avrebbero trascorso gli ultimi giorni di vita.

I campi non erano dotati né di cucine, né di bagni; inoltre era negato qualsiasi conforto religioso, i preti che venivano messi a disposizione parlavano solo italiano. Il cibo che gli internati ricevevano era messo all’interno di un bidone della benzina, riempito di acqua, nella quale galleggiava qualche maccherone o un po’ di riso. Non ci fu bisogno di torture, le persone morirono di fame. Gastone Gambara dichiarò: “logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo.
Nel campo di Gonars furono settantuno i bambini a perdere la vita, ventidue di loro nacquero proprio nel campo. Secondo studi recenti, la seconda armata del generale Roatta avrebbe internato 110mila civili jugoslavi, nonostante il generale nelle sue memorie parlava di 30mila persone.

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La peggiore delle azioni italiane fu quella di Podhum (località croata a 8 chilometri da Fiume), nell’estate del 1942. Dopo l’alba, le truppe entrarono nel villaggio accompagnate da carabinieri e milizia fascista. Attaccarono manifesti che proibivano a tutti di andarsene, iniziarono a sparare ovunque, saccheggiarono tutto quello che trovarono. Bestiame, effetti personali, il resto venne bruciato. Dopo aver intimorito la popolazione del villaggio, le truppe selezionarono cinque o sei uomini, tra i sedici e i sessant’anni, li portarono a qualche metro di distanza dal villaggio e li fucilarono, così vennero massacrati novantuno uomini. Il più giovane di loro aveva quindici anni. Tutto il resto della popolazione del villaggio venne portato nei campi concentramento.

Oltre alle uccisioni e alle devastazioni, le truppe italiane conclusero in bellezza il loro lavoro. Diversi superstiti hanno dichiarato che nelle tombe venivano gettate due o più persone, l’intento naturalmente era quello di nascondere il reale numero delle vittime. Sopra ad ogni fossa c’era un solo nome e una sola croce, ma quante persone ci fossero dentro non si sa.

Il governo Badoglio continuò a mantenere in vita i campi, nel periodo tra la fine del fascismo e l’armistizio le deportazioni nei centri continuarono. Non si trattava di un’idea solamente fascista, la questione ormai era inculcata nella mentalità italiana. La logica dell’azione fascista nella penisola balcanica fu molto simile a quella eseguita poco tempo prima in Etiopia. Molti dei criminali che agirono in Africa, furono protagonisti anche in Jugoslavia. Il comandante del VI corpo d’armata Renzo Dalmazzo, il generale Riccardo Pentimalli e il console della milizia Alessandro Lusana erano reduci della guerra d’Abissinia, mentre il generale Sandro Piazzoni aveva combattuto in Libia. Lo stesso Roatta, come capo del SIM, aveva seguito da vicino la violenta repressione delle rivolte in Etiopia dopo il 1937.

Le idee di violenza italiane passavano dalla distruzione totale della vita nei territori, al lancio di bombe imponenti fino alla proposta di utilizzare l’uso del gas, dato che i ribelli non avevano a disposizione protezioni contro le armi chimiche. Fortunatamente non furono utilizzate.

Furono gli equilibri della Guerra Fredda a permettere che nessun colpevole fosse processato o estradato, la geopolitica internazionale risultò più importante della giustizia. L’Italia avrebbe fatto parte dell’area occidentale europea, ciò implicava il bisogno di un veloce riarmamento per l’ingresso nella NATO. Un processo nei confronti dei militari italiani, avrebbe rallentato drasticamente il processo di riarmo e l’ingresso nella NATO sarebbe rimasto un sogno.

Questa storia è l’ennesima dimostrazione che ci sono vite di seria A e vite serie B, che la legge non è uguale per tutti e che ci sono fatti storici più importanti di altri. Nessun generale, nessun militare ha pagato per quello che ha commesso. Nessuno. Già questo, di per sé, è qualcosa di vergognoso. La continua indifferenza nei confronti di questi crimini lo è ancora di più. Ora però, non potrete più far finta di non sapere nulla.

Abbiamo distrutto tutto, da cima a fondo, senza risparmiare gli innocenti […]. Uccidiamo famiglie intere, ogni notte, a furia di colpi o con le armi. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore.
Salvatore Seldi, 1 Luglio 1942.

Fonti:
-http://www.balcanicaucaso.org/aree/Slovenia/Pulizia-etnica-all-italiana-25225#.Vrh4HbCju7N.facebook
-Relazioni sui crimini fascisti in Jugoslavia di Alessandra Kersevan, https://www.youtube.com/watch?v=Cmesu-SIQ8k
-https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Occupazione_del_Regno_di_Jugoslavia
-L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia di Eric Gobetti

 

 

Sull’Autore

Gezim all'anagrafe, ma chiamatemi Jimmy. Nato a Prishtina in una fredda sera di novembre del 1992, cresciuto in Italia e ora mi trovo in Germania. Frequento la facoltà di scienze internazionali e istituzioni europee, al momento non ho la più pallida idea di cosa fare nella mia vita, l'unica cosa sicura ad oggi è la scrittura. Gestisco un blog, vorreiscrivere.wordpress.com, nel quale butto tutto quello che mi passa per la testa. Collaboro con AngryItalian e ChiamarsiBomber. Per MdC mi occupo di Politica estera e relazioni internazionali.

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