J’accuse. Perché nel Blu Saturday bolognese abbiamo perso tutti

Non sono un appassionato di street art né voglio spacciarmi per tale, la mia conoscenza in materia non va comunque oltre la cultura generale. Tuttavia sono ancora scioccato per quello che è successo, nella mia città, nella mia seconda casa. Blu ha deciso di cancellare tutte le sue opere dai muri bolognesi, per protesta contro la mostra organizzata da Genus Bononiae, percorso culturale e museale nato per volontà della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.

Mi trovo nel mezzo di due assurdità dal quale non saprei davvero scegliere quale sia la più incredibile:

  1. Un’associazione culturale che, a quanto pare, è andata fisicamente a prelevare alcune opere di street art per rinchiuderle in un museo.
  2. Un artista che decide di esprimere il suo dissenso nella maniera più radicale e distruttiva che possiede, distruggendo le proprie opere.
Blu cancella

Il murales sul muro dell’XM24 mentre viene rimosso

Andiamo pure con ordine perché, per quanto mi riguarda, il “J’accuse” è doppio ed è rivolto sia a Genius Bononiae quanto a Blu.

Le opere, dai muri, sono state effettivamente staccate, tra cui opere dello stesso Blu e tutto ciò ovviamente senza chiedere assolutamente niente agli autori di queste. Le ammissioni ci sono, esplicite e facilmente reperibili sia sotto forma d’intervista dei curatori della mostra, sia come video, come possiamo vedere in questo “backstage” dell’allestimento.

Ribadisco che io di street art non capisco una mazza, quindi forse gli esperti curatori della mostra avranno avuto delle ragioni per prelevare fisicamente le opere dai loro luoghi originali. Christian Omodeo, uno dei curatori della mostra, esperto di arte urbana, in un’intervista a Artribune diceva così:

«Prima di tutto bisogna osservare che gli “stacchi” sono sempre esistiti. Pensate ai subway posters di Keith Haring, che siamo tutti contenti di vedere nelle mostre su questo artista, o agli stacchi di muri di Banksy. Ormai, ce ne sono talmente tanti che si fanno mostre – ultravisitate – solo con sue opere provenienti dalla strada.
La posizione più comoda (ma mi verrebbe da dire più paracula), come curatore che si occupa quasi esclusivamente di arte urbana all’incirca dal 2007, sarebbe quella di dare ascolto alla voce del “popolo” della Street Art, di farli felici e di avvallare, a stretto giro, i primi restauri di opere commissionate da comuni, festival o istituzioni pubbliche varie. Non so se ve ne siete resi conto, ma è la posizione difesa praticamente da tutti, partigiani dell’effimero compresi. Una dinamica del genere a me mette paura…

Perché?
Perché significa salvare solo la parte legale (e a volte mediocre) della Street Art, cancellando di fatto la parte illegale, che è fondamentale per capire questo movimento.
Inoltre, senza rendercene conto, stiamo validando delle micro-musealizzazioni di spazio pubblico, senza che si sia veramente discusso se abbia senso o meno cristallizzare porzioni intere di città per salvare un’arte che ormai pensa l’effimero più come strumento di marketing che come portatore di senso.»

Credo che mi sfugga cosa sia “salvare la parte legale“. Forse si intendeva dire che, di fatto, restaurando opere di street art queste passano automaticamente da un’arte di lotta e fuori dal sistema (dunque “illegale”) a un’arte istituzionalmente riconosciuta. Ma dunque mettere dei pezzi di muro in un museo cosa è? Non è forse l’atto per eccellenza di “legalizzazione”?

Ma poi, contro le musealizzazioni e poi si asportano i murales? Ah no, “micro-musealizzazioni di spazio pubblico”, tutto chiaro, dunque: se io domani mattina mi arrampico sul Nettuno e lo rovino è tutto ok, d’altronde si tratta di spazio pubblico, non deve essere musealizzato. Sono d’accordo che non sia giusto creare dei musei dei nostri spazi urbani, che per definizione sono mutevoli, ma appunto per questo non ha senso asportare delle opere d’arte dalla loro collocazione naturale, ha senso invece parlare di tutela che è cosa diversa dalla musealizzazione.

La street art in toto è difficile da tutelare proprio perché nasce e cresce nell’illegalità, spesso come forma di protesta contro i poteri istituzionali; tutelare forme artistiche particolarmente significative non credo che alieni il senso stesso della street art, non mi sembra ci sia niente di assurdo nel chiedere che si possano tutelare opere che sono dei veri e propri simboli di identificazione sociale, pane culturale per le persone che ci vivono attorno, fisicamente e simbolicamente.

Blupalestina

Un lavoro di Blu in Palestina

L’assurdità è invece pensare che abbia un senso asportare opere di un’arte ancora viva e pulsante, deportarle in un museo, metterle sotto delle belle teche illuminate, con sotto didascalie forbite di cui non importa niente a nessuno; l’assurdità in questo caso è predare pezzi di libera espressione artistica per esporli agli occhi degli stessi che voltavano il viso schifati perché “i muri sono imbrattati”.

La street art non può essere musealizzata, questo è vero ma c’è differenza tra museo e rispetto, tra venerazione e osservazione. In tutto ciò non sto neanche prendendo in considerazione l’ipocrisia istituzionale che si dimentica di aver osteggiato sino a ieri street artist e relative opere, salvo poi gettarsi sulle loro creazioni con sguardo famelico.

E Blu?
Il suo gesto estremo, coraggioso e distruttivo, non lo condivido. La stessa arte che Blu cercava di difendere è morta sotto i colpi di scalpellini vari e vernice grigia, stendendo una lapide fredda e muta su quelle immagini così piene di significati. Blu fa street art sopratutto per mandare messaggi politici, questo è chiaro, le sue tematiche sono sempre state abbastanza esplicite, ma Blu sbaglia quando decide di distruggere le sue stesse opere per ribellarsi al potere vigliacco di chi le ha depredate.
È una scelta di comunicazione da kamikaze, fa un gran botto ma alla fine è una carneficina, e muore anche l’attentatore.

Chi ci perde in tutto questo? Di certo non gli organizzatori della mostra, che i loro murales se li sono assicurati. Ci perdiamo tutti noi. In questa folle dicotomia de “l’arte per tutti o l’arte per nessuno” alla fine della storia ci ritroviamo con dei muri grigi per strada e dei pezzi di muro dipinto messi sottovetro in un palazzo storico bolognese. 

Non venitemi a dire che hanno vinto gli ideali, che è stato preservato il senso o lo scopo ultimo dell’arte di Blu. Non venite a parlarmi di difesa dei simboli e delle idee contro il potere egemonico, perché oggi quello che si è visto è il funerale delle libere idee e della libera espressione. Gli ideali non servono a niente senza i luoghi in cui esprimerli: distruggere quei posti per salvarli da chi va contro i nostri ideali significa rinunciare a esistere, mettersi in una posizione volutamente svantaggiata ed emarginata. La risposta alla musealizzazione coatta delle opere poteva essere una contro-mostra, una colonizzazione della città intera con pennelli, bombolette alla mano e secchi di vernice in testa. Si è scelta invece la ritirata.

Blu

Davanti all’impotenza di opporsi a chi strappa dai muri l’arte si è scelta la strada del silenzio, del grigio, della vernice sulle idee, del rogo di opere d’arte. Voi ci derubate? E noi diamo fuoco al nostro villaggio, così quando tornerete non troverete nient’altro che cenere; non c’è niente di più amaro che sorridere mentre si ammira il villaggio bruciare, pensando di aver giocato un brutto tiro al tiranno di turno. È un atto di guerra totale tra due culture diverse: la street art e l’arte “istituzionale”, una guerra che al momento ha lasciato un bel pezzo di deserto in quel di Bologna, tra chi stupra la street art e chi la seppellisce perché questo non possa più avvenire.

Il 12 marzo 2016 è stato un giorno triste, per Bologna e per tutti noi, e lo sarà ogni volta che passeremo davanti a quei muri morti, mentre i pezzi dei loro cadaveri continueranno a essere ammirati nelle sale museali dai voyeur della necrofilia artistica. Se questo vuol dire lottare per degli ideali allora forse è meglio non averne.

Sull’Autore

Nato nel 93 (d.c) a Cagliari, trapiantato a Bologna nel 2012. Mi sono laureato nell'estate del 2015 e attualmente studio semiotica. Per MDC mi occupo prevalentemente di scienza e debunking, perché le bufale sono buone solo sulla pizza. All'occorrenza scrivo di comunicazione o varie ed eventuali. Vorrei fare il giornalista ma sto cercando di smettere.

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