Sesso gay ossessionante: tira più un pelo di culo che un carro d’amore

«Ma scusa, se un uomo lo mette e basta ad un altro uomo, se riceve sesso orale ma non lo fa, allora non è gay!» Così si è chiusa una chiacchierata con una ragazza incrociata a caso in un locale milanese, ad una “serata gayfriendly”. Conclusa sì, ma non per volere mio. Ho ribattuto dicendole che minimizzare i rapporti tra omosessuali maschi come uno scambio di pene-ano mi sembra un po’ riduttivo, parliamo di amore…” ma, purtroppo, la ragazza in questione ha cambiato rapidamente interlocutore con una certa nonchalance. Non voglio imputare il suo scarso interesse solo all’argomento “amore” in sé, certamente l’avrò tediata con la mia parlantina, eppure nel mio piccolo cervello è scattato qualcosa: i maschi omosessuali sono percepiti tali poiché fanno sesso in modo “diverso” dagli etero; si parla sempre di sesso e non di amore: gli etero sono ossessionati dal sesso gay!

Lo si nota anche nei discorsi dei più ferventi oppositori ai diritti egualitari: Quello che fanno a letto è affar loro, ma nel pubblico la famiglia è uomo, donna e bambini”. Questa formula, arcirisentita dall’alba della prima repubblica, parla di “letto”, ovvero di sesso. Non di affetto e men che meno di amore. Tenendo come sottofondo il fatto che “omosessuale”, per l’italiano incontrato da me in media, è un maschio omosessuale (lesbiche? ohibò!), proviamo a capire insieme perché fa presa enormemente di più l’argomento “sesso gay”, piuttosto che la questione affettiva.

Cos’è un maschio omosessuale? Beh, questa è una classica sixty-four-thousand-dollar question! La parola “omosessualità” pare sia derivata dal tedescoHomosexualität (dal greco omo, ovvero simile, e dal latino sexus, ovvero sesso). A diffonderla fu l’ungherese Karl-Maria Kertbeny, che lo usò in un libercolo contro leggi punitive prussiane contrarie agli atti sessuali con persone dello stesso sesso. Fonte Wikipedia – eh! – prendiamola con le pinze. Grazie a questa spiegazione, dunque, l’omosessuale è colui che ha rapporti sessuali con persone dello stesso sesso; ergo, un uomo che fa sesso con un altro uomo è omosessuale. Ma siamo certi che l’atto omosessuale in sé faccia di una persona “una” o “un” omosessuale?

3263008815_19b4f50f07_bSe così fosse, come mai capita incidentalmente spesso che chi si intrattiene sessualmente con persone del proprio sesso, ad un certo punto, s’innamora di una (o più) di queste? In poche parole: perché gli omosessuali maschi s’innamorano di uomini (e in egual modo le donne lesbiche s’innamorano di donne)? A venirci in aiuto (o forse, al contrario, a metterci in difficoltà) arriva il neologismo omoaffettività: “[colei o colui] che prova sentimenti di affetto e di innamoramento nei confronti di persone dello stesso sesso”, recita il dizionario Treccani. Eppure il termine è spesso e volentieri attribuito a uomini con una condotta sessuale prettamente eterosessuale. Questo ci spinge in due direzioni: la prima è quella di definire, per esempio, me come uomo omosessuale omoaffettivo, esasperando l’etichettatura all’infinito; la seconda è quella di tentare di recepire il messaggio che il maschio omosessuale non è solo colui che lo piglia nel gnaus! Tendenzialmente, propendo per la seconda.

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E qui mi si potrebbe dire (e mi si è detto eccome, ve lo assicuro) che tutto questo pippone si potrebbe evitare se smettessimo d’incatenarci dentro alle gabbie razionali delle etichette. A questa giusta opinione mi viene in aiuto un altro dialogo avuto con un militant gay in una sera di cazzeggio torinese post incontro nazionale dell’Arcigay: quasi in contemporanea, parlando di etichette, abbiamo detto che “uso le etichette non per capire io chi sia, ma perché capiscano gli altri!. Punto, set, partita!

Ecco perché io uso le etichette (e so che anche molti di voi lo fanno). Ed è proprio per questo che sto scrivendo tutto ciò. Perché siano the others (per dirla alla Lost) a comprendere che “le discussioni attorno alle tematiche omosessuali” esistono in questa forma poiché si tenta d’imbrigliare le questioni affettive e sessuali in tanti piccoli cassettini, ordinati, etichettati e divisi tra loro. Essenziale per tirare avanti, direbbero in molti. E siamo d’accordo. Difatti, se è vero che abbiamo la necessità di etichettare per comprendere, è altresì vero che quando raggiungeremo la consapevolezza che ogni vita è singola, unica e degna d’essere vissuta nella propria unicità, si riuscirà ad avere una società senza ingiustizia alcuna. E non è una cosa che deve fare lo Stato, o la legge, ma è un movimento che dobbiamo fare noi.

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Di conseguenza, imputo a questo “modo di non pensare” la situazione d’ingiustizia che stiamo vivendo in Italia (e nel mondo, a ben vedere), seguendo quello che assomiglia sempre più ad un pensiero ecologizzante sulle questioni umane: il vietare de facto i matrimoni omosessuali e i diritti alle famiglie omogenitoriali sono prodotti della non comprensione, dell’estremo indottrinamento mentale. Ma non è solo la legge a creare ingiustizia. E’ sopratutto la concezione che le persone in quanto individuo e la collettività hanno degli omosessuali, gay e lesbiche compresi.

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I vecchi valori sono agonizzanti. Se Dio è morto, è morto anche il borghese come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra ad oggi. Di cammelli e leoni ne abbiamo abbastanza e piano piano stiamo capendo che il fanciullo è sì l’ultimo stadio, ma di un percorso metamorfico superabile. Cosa voglio dire? Con precisione non lo so, ma sicuramente che deve finire la società dove tira di più un pelo di culo che un carro d’amore. Diamo dignità agli affetti senza incastrarci troppo sulle pratiche sessuali: è tempo di smetterla di immaginarle bramosamente e iniziare a praticarle!

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