Il (vero) racconto di Canterbury

Canterbury, Contea di Kent, Sud-Est dell’Inghilterra. Cinquantamila anime, che sarà mai? E va bene che l’arcivescovo di Canterbury è la massima autorità della Chiesa anglicana (in pratica come potere risponde solo a Elisabetta II), ma che cazzo vuoi che conti la Chiesa anglicana nel XXI secolo? Canterbury, sempre un paese sperduto resta. In realtà la storia di Canterbury è lunga e contorta.

becketSul finire del 1200 muore da quelle parti, per mano di re Enrico II, Thomas Becket (o San Tommaso Becket o San Tommaso di Londra), martire sia per i cattolici che per gli anglicani. Il sovrano vuole ridimensionare i poteri ecclesiastici, ma il santo si oppone. Ça va sans dire. Da allora Canterbury diventa meta di pellegrinaggi, soprattutto da Southwark, vicino Londra. Proprio grazie a uno di questi pellegrinaggi, tale Geoffrey Chaucer da Ipswich inventa la lingua inglese moderna. Sì, perchè nel suo racconto incompleto, I racconti di Canterbury (Canterbury Tales), il pellegrinaggio verso la tomba di Becket funge da cornice per ventidue racconti di ventinove immaginari pellegrini. Scritto in inglese volgare, Chaucer è il primo autore a dare legittimità letteraria alla lingua che sarà usata da Shakespeare. Diciamo che, se oggi potete leggere il New York Times in maniera abbastanza facile, il merito è anche del buon Geoffrey.

Qualche secolo dopo, sul finire degli anni ’50 del 1900, tale Daevid Allen, australiano con la fissa per la Beat Generation si trasferisce a Canterbury, dopo aver completato gli studi all’Università di Melbourne e girovagato un po’ per l’Europa. Allen si accasa nell’appartamento degli ospiti dei genitori dell’allora quindicenne Robert Wyatt. Porta sempre con sé la sua chitarra e i suoi dischi jazz, e man mano educa il giovane Wyatt e i suoi compagni di scuola Brian Hopper, Dave Sinclair e Mike Ratledge.
Nel 1964 nascono i Wilde Flowers (con un tributo abbastanza palese a Oscar Wilde), ma a quanto pare Allen non sa stare col culo fermo: parte per Deià, Maiorca (Spagna), dove dicono vi sia una comunità beatnik e, oltre all’immancabile chitarra, porta con sé anche Wyatt.

Sulle spiagge delle Baleari i due formano i Soft Machine, probabilmente fra i migliori (se non il migliore) gruppi psichedelico/fusion di sempre. “Third”, il loro terzo album, è stato acclamato da generazioni di ascoltatori come capolavoro.

Nel frattempo, gli altri Wilde Flowers rimasti nella terra d’Albione, si sono dati da fare e hanno formato i Caravan. Niente male (è un eufemismo, oh) neanche loro.

In quegli anni Canterbury, a livello artistico-musicale, sta esplodendo. Tutti provano a suonare quegli arpeggi impossibili, quelle lunghe improvvisazioni. Quel paesino nel Sud dell’Inghilterra sta diventando la patria del progressive rock. Il bello è che fra la miriade di band della cittadina non c’è rivalità bensì confronto, e la maggior parte di loro si scambia persino i musicisti.

Intanto Allen, terminata l’esperienza spagnola, si avvia al ritorno a Canterbury. Peccato che il suo visto sia scaduto e sia costretto a fermarsi in Francia. È qui che, nella notte di plenilunio della Pasqua del 1966, probabilmente sotto l’effetto di funghi allucinogeni, inventa la mitologia Gong. Secondo le visioni psicotrope di Allen, lui e i suoi compagni non sarebbero altro che l’esperimento di alcune forze soprannaturali, i “Dottori dell’Ottava”, i quali alimentano e trasformano ogni forma di vita attraverso la musica. Da qui nascono i Gong, una delle esperienze più dadaiste, anarcoidi, cacofoniche e dissacranti della storia del progressive rock. I Dottori dell’Ottava e il loro mondo sono i protagonisti di tutti gli album dei Gong.

Non che Allen e i suoi credessero veramente in tutte queste minchiate. Però è bello sottolineare come quell’uomo abbia vissuto più o meno una decina delle nostre vite. E tutto per cinquantamila anime o giù di lì, nel Kent.

Sull’Autore

Comunicatore, laureando, apprendista storyteller, social media strategyst, antipatico e divoratore di pizze. Per MdC cerco di collegare cultura pop e storytelling come se esistesse veramente una relazione fra le due cose.

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  • Progressive Rock: the italian invasion | 28 Maggio 2015 at 12:04

    […] Alla fine degli anni ’60, l’Italia, in piena cresta dell’onda economica e con finalmente dei movimenti politico-studenteschi degni di questo nome (di lì a poco sarebbero nate Lotta Continua e Autonomia Operaia), è uno dei primi Paesi a percepire la scintilla rivoluzionaria pop-beat che arrivava da Oltremanica: Moody Blues e Procol Harum stavano già sperimentando qualcosa di molto vicino al progressive rock, e Daevid Allen stava portando la scena di Canterbury al suo apogeo. […]

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